Non ero la povera della situazione. Ero quella che si è fatta da sola.
C’è un copione che ho visto recitare più volte nella mia vita, quasi sempre dalla stessa parte del palco. Una donna, con un tono studiato per sembrare dispiaciuta, mi guarda e mi compiange. Mi ricorda quanto sia stata difficile la mia strada, quante difficoltà abbia dovuto attraversare, e chiude con un augurio che suona più come una sentenza che come un gesto gentile: che almeno, da qui in avanti, vada tutto bene.
Io sento le cose. Sono ipersensibile, e per anni ho odiato ammetterlo, perché suona quasi come una debolezza. Ma il mio istinto molto difficilmente si sbaglia. E quello che sento, dietro quella pena recitata, non è compassione. È qualcos’altro. Un’invidia sottile, una competizione mai dichiarata, e quella necessità, neanche troppo nascosta, di tenermi piccola. Di farmi restare nella casella della “povera della situazione”, invece che in quella, molto più scomoda per chi mi guarda, di donna che si è costruita da sola.
Non è la prima volta che lo vivo, e guarda caso, è quasi sempre una donna a recitarlo.
Ne avevamo già parlato, dell’invidia femminile e di cosa nasconde davvero: non è mai la povertà di chi la riceve, è la scomodità di chi la sente e non sa dove metterla. Per anni ho pensato: magari mi sbaglio, magari sono io che vedo cose che non ci sono. Poi ho imparato ad ascoltare quello che sento, invece di correggerlo per fare stare comodi gli altri.
Il copione della “povera vittima”
C’è un meccanismo che vale la pena nominare, perché una volta che lo vedi non riesci più a non vederlo. Chi ti chiama “povera te” non sta sempre facendo un gesto di empatia. A volte, lo sta usando come uno strumento, quasi senza saperlo, per tenerti in una posizione più piccola della sua. Perché se tu sei “la povera”, chi parla non deve confrontarsi con quello che hai costruito, con la strada che hai fatto da sola, con il fatto che forse, in fondo, invidia esattamente quella forza che finge di compatire.
È più comodo chiamare “sfortuna” quello che in realtà è “non ho fatto io quel percorso”. È più comodo recitare pena invece di ammettere ammirazione, o peggio, invidia. E così, la stessa frase, detta con il tono giusto, diventa un modo elegante per annientarti piano, senza che nessuno, da fuori, possa accusare chi la dice di cattiveria.
Il mio istinto non sbaglia quasi mai
C’è una parte di questa storia che è più difficile da ammettere, e riguarda me, non chi mi sta di fronte. L’ipersensibilità, quella che sente le sfumature sotto le parole, quella che percepisce la competizione anche quando è vestita da affetto, spesso viene letta, anche da me stessa, come un difetto. “Magari sto esagerando.” “Magari sto proiettando.” “Magari mi sbaglio.”
Molto difficilmente mi sbaglio. L’ho imparato dopo anni di dubitare sistematicamente di quello che sentivo, solo per scoprire, più avanti, che avevo visto giusto fin dall’inizio. Non è un radar perfetto, nessuno lo è. Ma è uno strumento di lettura preciso, allenato da una vita a notare quello che agli altri passa inosservato. Smettere di correggerlo per educazione, o per paura di sembrare paranoica, è stato uno dei cambiamenti più importanti che ho fatto.
Non ero la bambina sfortunata. Ero quella che ha imparato a camminare da sola prima ancora di sapere che era permesso.
Non vista non vuol dire non vissuta
Sono stata una bambina non vista. Frenata, in certi versi. Etichettata, in altri. Una bambina che ha dovuto trovare la propria strada da sola, senza mappe, senza nessuno che la precedesse per spianare il terreno, con tutte le difficoltà che questo comporta.
Ma essere stata non vista non significa essere stata una vittima. Significa, se guardo bene, che mi sono avvicinata alla mia natura e alla mia essenza senza nemmeno saperlo, senza che nessuno me lo indicasse, senza un permesso che qualcuno dovesse darmi. L’ho fatto comunque. A tentoni, a volte sbagliando, ma l’ho fatto. E questo non mi rende “la povera”. Mi rende qualcuno che si è costruita da sola, con una forza che non si vede dall’esterno, perché non fa rumore, non chiede applausi, semplicemente funziona.
La differenza tra una vita allineata e una vita illustre
Conosco persone con titoli importanti, carriere che sulla carta sembrano invidiabili, percorsi lineari e approvati da tutti. E le guardo, e vedo spesso la stessa cosa: manca il sorriso. Manca quella leggerezza di chi vive una vita che somiglia davvero a chi è, non a chi gli hanno detto di diventare. Vivono allineati a un’aspettativa, non a sé stessi.
Io, con tutte le difficoltà che ho attraversato per arrivare dove sono, sorrido più spesso di molte di quelle persone. Non perché la mia strada sia stata più facile. Tutto il contrario, probabilmente. Ma perché ogni pezzo di quella strada, anche i più duri, me li sono scelti io, o almeno li ho attraversati restando fedele a quello che sentivo essere giusto per me. E questo, con il tempo, pesa più di qualsiasi titolo illustre.
Quello che ti lascio
La prossima volta che qualcuno ti dice “povera te”, prima di sentirti piccola, fermati un secondo. Guarda chi te lo sta dicendo, e con quale tono. Spesso, dietro quella frase, non c’è compassione. C’è qualcuno che sta parlando di una sua paura, di una sua invidia, di una strada che non ha avuto il coraggio di fare, e che gli risulta più comodo compatirti che ammirarti.
Tu non sei la povera della situazione. Sei quella che si è fatta da sola.
E tu?
Ti è mai capitato di sentirti chiamare “povera te” da qualcuno, e di sentire che dietro c’era tutt’altro che compassione? Come hai imparato a riconoscere quel pattern? Raccontamelo nei commenti.
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