“La fame che sentivo non era sempre la stessa. Cambiava forma. Cambiava intensità. Ma non andava mai via davvero.”
C’è una cosa che ho impiegato anni a capire: la fame che sentivo non era sempre la stessa. Cambiava forma. Cambiava intensità. Ma non andava mai via davvero.
Prima di diventare madre, si manifestava così: mi immergevo in qualcosa con una passione totale (un’area di studio, un progetto, un interesse nuovo che sembrava finalmente quello), e per settimane o mesi ci vivevo dentro, felice di quella profondità. Poi, all’improvviso, qualcosa si smorzava. Non l’interesse in sé, ma la sensazione di essere ancora alimentata da esso. E allora cominciavo a guardare altrove, verso il prossimo campo, la prossima idea, la prossima cosa che avrebbe potuto nutrirmi abbastanza.
Gli altri lo vedevano come incostanza. Io lo vivevo come fame: una fame che si spostava, ma che non si saziava mai completamente.
Poi è arrivata mia figlia.
I primi anni sono stati un’immersione totale di un tipo che non avevo mai conosciuto. Un bambino piccolo che ha bisogno di molto contatto, di presenza costante, che chiede tutto di te: non lascia spazio per chiedersi chi sei al di là di quel ruolo. E io ero lì, presente, innamorata, completamente assorbita da quel mondo fatto di ore piccole e gesti ripetuti.
Fino al giorno in cui mi sono fermata.
Non ricordo un momento preciso. Ricordo una sensazione: come quando si toglie un rumore di fondo che era così costante da non sentirlo più, e all’improvviso il silenzio rivela qualcosa.
Ero esausta, ma non solo di quello. Ero vuota di me. Di quello che pensavo, volevo, creavo, cercavo. La madre era lì, intera e presente. La donna che ero stata prima, quella con la testa sempre accesa e la fame sempre in agguato, sembrava evaporata da qualche parte durante i pannolini e le notti in bianco.
E in quel silenzio, la fame tornò. Più forte di prima. Più urgente. Come se avesse aspettato pazientemente il suo turno, e adesso reclamasse tutto lo spazio che le era stato negato.
Questa è la fame di cui voglio parlarti.
La fame che senti: di cosa è davvero
C’è stata una sera, qualche anno fa, in cui mi sono seduta sul pavimento della cucina alle undici di notte con un libro in mano che non riuscivo a smettere di leggere, e ho pensato: perché nessuno mi ha mai detto che questo era possibile?
Non parlavo del libro. Parlavo della sensazione. Quella di avere la mente completamente accesa, di sentire le idee collegarsi una all’altra con una velocità e una gioia che non avevo parole per descrivere, di essere così dentro qualcosa da dimenticare completamente tutto il resto.
Non era solo soddisfazione intellettuale. Era qualcosa di molto più fisico, quasi viscerale. Era la sensazione di essere, finalmente, nel posto giusto dentro me stessa.
E poi, inevitabilmente, il libro finì. E tornò quella cosa.
Quella sensazione di mancanza che non riesci a nominare. Che non si calma con il sonno, né con il cibo, né con una serata con gli amici. Che assomiglia all’irrequietezza ma è più profonda. Che assomiglia alla malinconia ma è più attiva. Che a volte si trasforma in irritabilità, in insoddisfazione cronica, in quella strana certezza che da qualche parte esista una vita più vera della tua, più all’altezza di quello che sei.
Quella è la fame.
Non è ansia. Non è depressione. È una forma di intelligenza.
Per anni ho cercato di dare un nome sbagliato a questa sensazione. L’ho chiamata ansia, quando il medico mi chiedeva come stavo. L’ho chiamata stanchezza, quando il partner mi chiedeva perché ero così irrequieta. L’ho chiamata esagerazione, quando quella voce interna mi diceva che avevo già tutto e non avevo il diritto di volere di più.
Nessuno di quei nomi era giusto.
La fame che sente una donna con APC non è un sintomo da trattare. È un segnale neurologico. È il modo in cui una mente plusdotata comunica che non sta ricevendo quello di cui ha bisogno per funzionare bene: profondità, stimolo, creazione, connessione vera, spazio per elaborare il mondo al livello in cui naturalmente lo elabora.
Una mente che processa le informazioni con quella velocità e quella profondità ha bisogno di essere nutrita di conseguenza. Quando non lo è, la fame si manifesta. E più viene ignorata, più diventa rumore di fondo costante, quella voce che sussurra che qualcosa manca, sempre, anche quando tutto sembrerebbe a posto.
Le mille facce della fame
La cosa che ho capito col tempo è che la fame non ha una sola forma. È un sistema, non un singolo bisogno, e si manifesta in modi diversi a seconda di dove la tua vita ti ha più compressa.
C’è la fame intellettuale: quella di conversazioni che partano già da un certo livello senza dover fare il lavoro di portare tutti lì. Di problemi abbastanza complessi da richiedere tutta la tua attenzione. Di libri, idee, discipline che ti sfidino davvero. Quando questa fame non viene nutrita, la mente comincia a girarsi su se stessa, a rimuginare, a cercare stimoli anche dove non ci sono, a trasformare piccoli problemi in enigmi elaborati solo per avere qualcosa di abbastanza interessante su cui lavorare.
C’è la fame creativa: quella di costruire qualcosa che non esisteva prima. Di mettere insieme idee in modo inedito, di vedere connessioni che altri non vedono, di dare forma a qualcosa che stava solo nella tua mente. Le donne plusdotate con tendenza multipotenziale la conoscono bene: non è sufficiente fare bene un lavoro già definito. C’è bisogno di creare, in qualunque forma questo significhi per te.
C’è la fame identitaria: quella di essere vista davvero, non solo nella versione che hai imparato a mostrare. Di avere almeno una relazione in cui non devi tradurre te stessa in qualcosa di più accessibile. Di essere riconosciuta per quello che sei, non rassicurata che “sei troppo” o ignorata nella parte più interessante di te.
E poi c’è quella che forse è la più sottile e la più pervasiva: la fame di senso. Di fare cose che abbiano un peso reale, che cambino qualcosa, che lascino una traccia. Le persone con APC faticano profondamente con il vuoto di significato, e in un mondo che misura il valore in termini di produttività e risultati visibili, questa fame viene spesso scambiata per ambizione smodata o insoddisfazione cronica.
Non è né l’una né l’altra. È il modo in cui una mente profonda chiede di essere usata nel modo per cui è ‘progettata’.
Quello che succede quando la ignori
Nessuno ti insegna cosa fare con questa fame. Anzi, per la maggior parte della vita ti insegnano il contrario: a tenerla a bada, a non farla vedere, a rimpicciolirla abbastanza da stare dentro i confini di quello che è considerato ragionevole volere.
E così impari a soffocarla. Con la routine, con gli impegni, con il ruolo di madre orchestra che lascia poco spazio per domandarsi cosa vuole davvero. Con la convinzione, interiorizzata così profondamente da sembrare tua, che volere di più sia una forma di ingratitudine.
Ma la fame non sparisce quando la ignori. Si trasforma. Diventa irritabilità senza causa apparente. Diventa quella sensazione di guardare la tua vita dall’esterno come se non ti appartenesse completamente. Diventa la stanchezza di chi ha dato tutto agli altri e non ha tenuto niente per sé. Diventa, nei casi più lunghi, un grigiore sottile che non è depressione ma le assomiglia abbastanza da confonderti.
Una mente affamata non funziona al meglio. E una madre, una donna, una persona che funziona sotto il suo potenziale non è meno presente per chi ama… è semplicemente meno intera.
Come si inizia ad abitarla
Abitare la fame non significa assecondarla in modo compulsivo né trasformare ogni tua giornata in una ricerca ossessiva di stimoli. Significa imparare a riconoscerla come parte legittima di chi sei, e costruire gradualmente le condizioni per nutrirla.
Il primo passo, paradossalmente, è smettere di scusarsi per averla. La fame non è un difetto di carattere. Non è egoismo. Non è la prova che sei insaziabile o difficile. È informazione: ti dice esattamente cosa manca, se impari ad ascoltarla senza giudicarla.
Il secondo passo è imparare a distinguere quale tipo di fame stai sentendo in un dato momento. Intellettuale, creativa, identitaria, di senso?
La risposta cambia quello di cui hai bisogno. A volte è un libro nuovo. A volte è una conversazione vera con qualcuno che ti veda. A volte è tornare a un progetto abbandonato. A volte è semplicemente permetterti un’ora di silenzio creativo senza sentirti in colpa.
Il terzo passo, quello più lungo e più personale, è costruire una vita che abbia abbastanza spazio per questa fame. Non una vita perfetta, non una vita senza compromessi, ma una vita in cui la tua profondità trovi posto, regolarmente, senza dover chiedere il permesso.
Come si fa, concretamente, con tutto quello che una vita reale comporta? Questa è la domanda a cui non basta un articolo per rispondere. È la domanda che ha dato vita a Fame di me ed è lì che troverai la risposta più completa… non come manuale da seguire, ma come specchio in cui riconoscere il percorso che ti appartiene.
Quello che ti lascio
La fame che senti non è un problema da risolvere.
È la parte più viva di te che chiede di esistere.
E quella parte non ha bisogno di essere spiegata, giustificata, o ridotta a dimensioni più comode per chi ti sta intorno. Ha bisogno solo di essere riconosciuta, da te, come reale.
Perché è reale. È sempre stata reale. Eri tu che non avevi ancora le parole per dirlo.
E tu?
Hai mai cercato di dare un nome a questa fame, prima di leggere queste parole? Come la chiameresti tu? Raccontamelo nei commenti: queste risposte, messe insieme, costruiscono qualcosa di importante.
Questo spazio esiste anche per questo.


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