“Toy Story parlava di Bonnie. Io ci ho visto tutte noi.”
L’altro giorno ho portato mia figlia a vedere Toy Story 5. Non sapevo che sarebbe uscita dal cinema con una lezione su come stare al mondo, e che quella lezione l’avrei imparata anche io, forse più di lei.
Nella storia, una bambina creativa e piena di fantasia, Bonnie, comincia a rinunciare al proprio modo di giocare per essere accettata dalle amiche. E mentre lo fa, perde qualcosa di più del gioco: perde il sorriso. È un giocattolo, Jessie, ad aiutarla a trovare qualcuno che le somigli davvero, qualcuno che non si vergogna di come gioca, e che le mostra che il suo modo di stare al mondo non è sbagliato. È solo diverso, e più vero.
Ho detto a mia figlia, uscendo dal cinema, che quando smetti di nasconderti o di mimetizzarti, trovi l’amico giusto per te. Gliel’ho detto pensando a lei. Ma tornando a casa, ho capito che lo stavo dicendo anche a me stessa, con trent’anni di ritardo.
Il tablet delle grandi
Nel film, quella rinuncia prende la forma di un tablet. Le amiche di Bonnie trascorrono il tempo tutte allo stesso modo: lo sguardo rivolto allo schermo, seguendo gli stessi interessi, le stesse mode, gli stessi giochi.
Per sentirsi parte del gruppo, Bonnie rischia di mettere da parte ciò che la fa stare davvero bene: inventare storie, dare voce ai suoi giocattoli, lasciarsi guidare dalla fantasia.
Il problema non è il tablet. Il problema è ciò che rappresenta. È la tentazione, così umana, di sacrificare una parte di sé pur di non restare fuori. Di scegliere ciò che accomuna invece di ciò che ci appartiene. Perché, soprattutto da bambini, l’appartenenza sembra valere più dell’autenticità.
Da adulte, il nostro “tablet” cambia forma. Può essere una conversazione superficiale a cui partecipiamo fingendo interesse, un entusiasmo che impariamo a trattenere perché “troppo intenso”, un argomento che evitiamo per paura di essere giudicate eccentriche. A volte è perfino il modo in cui scegliamo di vestirci, di parlare o di mostrare solo la versione più rassicurante di noi stesse, quella che nessuno metterà in discussione.
È lo stesso meccanismo vissuto da Bonnie, solo più sofisticato. Lo chiamiamo maturità, educazione, capacità di adattamento. Ma, molto spesso, è semplicemente il nostro modo di continuare a cercare appartenenza.
Ci siamo allenate fin da bambine a osservare gli altri prima di scegliere come mostrarci. Abbiamo imparato quali parti di noi ricevevano un sorriso e quali, invece, un’espressione perplessa. Così, poco alla volta, abbiamo nascosto la curiosità, l’intensità, la fantasia, perfino il nostro modo spontaneo di giocare e di entusiasmarci.
Lo chiamiamo masking. Ma, in fondo, è la stessa rinuncia che vediamo negli occhi di Bonnie quando pensa di dover diventare un po’ meno sé stessa per poter appartenere.
La parte che nessuno racconta
Quello che nessuno dice, però, è cosa succede dopo. Perché Bonnie non trova la sua amica restando “normale”: la trova proprio nel momento in cui smette di fingere, quando qualcuno vede il suo modo autentico di giocare e lo trova bello, non strano.
È questo il punto che mi ha colpita di più. Non è che devi mimetizzarti per essere scelta. È il contrario: sei scelta, davvero, solo quando smetti di mimetizzarti. Prima di quel momento, quello che ti sceglie non sta scegliendo te. Sta scegliendo la versione di te che hai imparato a mostrare per essere accettata, ed è un premio di consolazione travestito da appartenenza.
Non sei scelta quando ti mimetizzi. Sei solo tollerata. Sei scelta davvero solo quando smetti di farlo.
Cosa cambia quando smetti di mimetizzarti
Non è una promessa facile, e non succede in un pomeriggio al cinema. Smettere di camuffarsi da adulta significa perdere, prima di guadagnare: alcune relazioni non sopravvivono alla versione vera di te, perché erano costruite sulla versione addomesticata. Fa paura, ed è normale che faccia paura.
Ma quello che resta, quello che arriva dopo, è più solido. Sono le persone che non hai dovuto convincere, che non hai dovuto tradurre, che hanno trovato interessante proprio quello che per anni pensavi di dover nascondere. Non è un caso che il momento in cui molte di noi trovano le proprie amicizie più vere sia lo stesso momento in cui smettono di scusarsi per la propria intensità, per quella fame di senso e di profondità che per anni avevano imparato a nascondere.
Quello che ho visto quella sera
Non vi racconto qui i dettagli, li ho già condivisi in un altro post dedicato ai bambini: mia figlia, quella sera, ha ritrovato qualcosa che aveva messo via da anni, e l’ho vista tornare a giocare senza vergogna, con gli occhi accesi in un modo che non ricordavo da tempo. Quello che voglio raccontarvi qui è cosa è successo a me, guardandola.
Non ho pensato “che bello per lei“. Ho pensato: io, quella parte, l’ho messa via molto prima di lei, e da molto più tempo non la tiro più fuori nemmeno quando sono sola in casa.
Non parlo di giocattoli, ovviamente. Parlo di quella parte di me che si entusiasma senza freni, che parla di quello che ama senza calcolare se sto annoiando qualcuno, che gioca (con le idee, con i progetti, con le parole) invece di limitarsi a produrre in modo efficiente.
Guardarla ritrovare il permesso di essere sé stessa, in un pomeriggio, mi ha fatto capire quanto tempo ci ho messo io a concedermelo, e quanto lavoro ho ancora da fare per non richiuderlo appena qualcuno alza un sopracciglio.
Quello che ti lascio
Non c’è bisogno di un giocattolo parlante che ti aiuti a trovare chi ti somiglia. C’è bisogno di smettere, anche solo un po’ alla volta, di giocare con il tablet che ti hanno messo in mano da bambina.
E quello che sei davvero, quando smetti di nasconderlo, non allontana le persone giuste. Le chiama.
E tu?
C’è stato un momento in cui hai smesso di mimetizzarti e hai trovato “la tua Bonnie”? Raccontamelo nei commenti.
Questo spazio esiste anche per questo.


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