“Non è la mente gifted il problema. È il divario tra quella mente e il mondo che la circonda.”

C’è una narrativa che circola da anni, nei forum, nelle riviste di divulgazione, persino in alcuni studi, e che hai probabilmente incontrato anche tu: le persone plusdotate sono più vulnerabili ai disturbi mentali. Più intelligenti, più fragili. Come se la mente brillante fosse per definizione anche una mente instabile.

Ho letto queste cose. Le ho credute per un po’. E poi ho incontrato i dati di Roberto Colom.

Colom è uno dei ricercatori spagnoli più rigorosi nel campo dell’intelligenza. E quello che la sua ricerca mostra è più sfumato, e in un certo senso più interessante, di quanto la narrativa popolare voglia ammettere: a maggiore intelligenza, minore psicopatologia.

La ricerca conferma una connessione negativa tra intelligenza generale e disturbi psicologici. Il che significa che, contrariamente a quanto si sente spesso, avere un alto potenziale cognitivo non ti rende automaticamente più vulnerabile ai problemi di salute mentale gravi. Può addirittura essere un fattore protettivo.

Allora perché tante donne gifted hanno vissuto ansia, depressione, esaurimento? La risposta è nella differenza tra ciò che la mente gifted produce e ciò che il contesto le fa fare.

Due studi, due verità che non si escludono

Nel 2018 uno studio americano pubblicato su Intelligence ha fatto molto rumore, sostenendo che avere un quoziente intellettivo elevato è associato a una serie di disturbi mentali e immunologici, tra cui depressione, disturbo bipolare, ansia e ADHD. Il meccanismo proposto: lo stress cronico nei cervelli iperattivi si traduce in una sovreccitabilità intellettuale che provoca risposte immunitarie inappropriate.

Roberto Colom, invece, analizzando più di 7.000 coppie di gemelli seguiti dai 7 ai 16 anni, conferma una connessione negativa tra intelligenza generale e psicopatologia, anche se i valori sono più elevati nelle prime fasi dello sviluppo e per cause essenzialmente genetiche.

La sua conclusione è che una maggiore capacità intellettuale può aiutare a gestire le circostanze che innescano la vulnerabilità psicopatologica.

Come si conciliano queste due prospettive apparentemente opposte? La chiave è nel contesto.

Una mente con alto potenziale cognitivo, nel giusto ambiente e con gli strumenti adeguati, può diventare un fattore protettivo. Ma quella stessa mente, in un contesto che non la riconosce, che la forza a camuffarsi per anni, che non le dà gli stimoli di cui ha bisogno, può sviluppare tutta una serie di sintomi che assomigliano a disturbi mentali ma che in realtà sono risposte adattive a un ambiente inadeguato.

Ansia, depressione e plusdotazione: quando i sintomi raccontano un’altra storia

L’ansia nelle persone gifted ha spesso una struttura specifica. Non è paura generica. È la risposta di un cervello che elabora migliaia di scenari possibili in parallelo, che vede le conseguenze delle cose prima che accadano, che non riesce a spegnersi perché è costruito per restare acceso.

Quella che un clinico poco informato potrebbe diagnosticare come disturbo d’ansia generalizzata è, in molti casi, semplicemente il modo in cui funziona una mente che processa più del normale. Non è patologica. È proporzionale alla sua architettura.

Lo stesso vale per certi pattern depressivi. Una persona gifted che vive da anni in un lavoro che non la stimola, in relazioni che non riescono a contenerla, in un ruolo che richiede di farsi costantemente più piccola, può sviluppare una forma di grigiore progressivo che assomiglia alla depressione ma ha una causa molto concreta: è una mente affamata che ha smesso di lottare.

Non è una malattia. È esaurimento da mancanza di corrispondenza tra chi sei e come stai vivendo.

Il problema della diagnosi sbagliata

Quello che preoccupa di più, nella pratica clinica che osservo anche nel mio lavoro con le famiglie in AVAST, è il rischio della diagnosi sbagliata.

Una bambina gifted che si camuffa perfettamente ma porta un peso cognitivo ed emotivo enorme può essere diagnosticata con disturbo d’ansia. Un adulto gifted che non riesce a concentrarsi su compiti ripetitivi e privi di significato può ricevere una diagnosi di ADHD. Una donna gifted che si sente profondamente sola, incompresa, fuori posto, può essere etichettata come depressa cronica.

Queste etichette non sono necessariamente sbagliate. Il problema è quando sostituiscono la domanda più importante: perché questa mente sta soffrendo in questo contesto? Cosa manca, non cosa non funziona?

La differenza tra un trattamento che aiuta e uno che non risolve niente sta spesso proprio lì: nel chiedersi se il problema è nella persona o nel disallineamento tra la persona e il suo ambiente.

Cosa cambia quando il contesto cambia

Ho visto persone che portavano diagnosi di disturbi d’ansia da anni ritrovare una funzionalità quasi immediata nel momento in cui il loro contesto cambiava. Quando trovavano un lavoro stimolante: quando incontravano persone che parlavano la loro stessa frequenza; quando smettevano di dover tradurre costantemente se stesse in qualcosa di più accessibile.

Non sto dicendo che la terapia non serva. Spesso serve, e moltissimo. Sto dicendo che la terapia è molto più efficace quando parte dal presupposto giusto: non “cosa non va in te” ma “in che tipo di ambiente potresti fiorire?

Colom sottolinea che gli interventi precoci hanno, con maggiore probabilità, un impatto generalizzato. E questo vale soprattutto per i bambini gifted: intervenire presto, con la comprensione giusta di come funziona quella mente, può fare la differenza tra una vita vissuta in costante adattamento e una vita vissuta in corrispondenza. Ne parlo anche in modo più profondo in Fame di me, perché è uno dei nodi centrali nel percorso di molte donne con alto potenziale cognitivo.

Quello che ti lascio

Se hai vissuto ansia, depressione, esaurimento, e sei anche gifted, non stai necessariamente vivendo due cose separate.

Potresti star vivendo le conseguenze di anni in cui hai dovuto essere qualcun altro. Di un sistema che non sapeva riconoscerti. Di una mente che ha fame di stimoli, connessioni, profondità, e che in mancanza di tutto questo ha trovato altri modi per scaricare il suo voltaggio.

Non sei rotta. Sei in un ambiente che non corrisponde a chi sei. E quella differenza, anche se non risolve tutto, cambia completamente il punto di partenza.

E tu?

Hai mai ricevuto una diagnosi che sentivi non raccontasse tutta la storia? Come hai trovato (se l’hai trovato) il contesto giusto per te? Raccontamelo nei commenti.

Questo spazio esiste anche per questo.

Se qualcosa di quello che hai letto ha risvegliato una domanda in te, forse qui trovi un altro pezzo del puzzle…

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