“Quando ho scoperto di essere gifted, mi sono guardata intorno per capire se assomigliavo a qualcuno con quella caratteristica. Non assomigliavo a nessuno.”
Quando ho scoperto di essere gifted, una delle prime cose che ho fatto è stata guardarmi intorno per capire se assomigliavo a qualcuno che già conoscevo con quella caratteristica.
Non assomigliavo a nessuno.
Non ero la bambina prodigio che risolveva equazioni complesse a sei anni. Non avevo mai vinto un’olimpiade di matematica. Non leggevo manuali di fisica per divertimento. Non ero silenziosa, asociale, o persa nei miei calcoli mentre il mondo andava avanti senza di me.
Ero una persona che imparava lingue straniere con una facilità che stupiva gli altri, che scriveva racconti a otto anni, che passava ore a creare oggetti con le mani, che capiva le dinamiche relazionali con una precisione che la rendeva una psicologa nata. Che si annoiava quando le cose erano troppo semplici ma si perdeva quando erano troppo ripetitive. Che aveva mille interessi profondi e nessuna specializzazione chiara.
Niente di tutto questo assomigliava all’immagine che avevo della plusdotazione.
E così, per un bel po’ di tempo, ho pensato di essermi sbagliata. Non avevo capito che il problema non ero io. Era lo stereotipo.
Lo stereotipo del genio matematico e perché fa così tanto danno
La cultura popolare ha costruito un’immagine molto precisa di cosa significa essere gifted: maschio, introverso, genio in matematica o fisica, socialmente impacciato, incapace di relazioni normali ma straordinariamente brillante in un campo specifico.
Questo stereotipo è così radicato che persino le persone plusdotate lo usano come metro di paragone per valutare se stesse. E quasi sempre, a quel confronto, escono convinte di non qualificarsi.
Il danno è reale e concreto. Ho visto ragazzi in AVAST con un potenziale straordinario nel pensiero narrativo, nella creatività visiva, nella comprensione emotiva, nell’elaborazione musicale, che non si erano mai riconosciute come gifted perché la loro forma di intelligenza non assomigliava al genio da manuale.
Ho visto adulte che avevano passato anni a credere di essere semplicemente “abbastanza intelligenti” perché i loro talenti non erano di tipo analitico-quantitativo.
Ho visto bambini etichettati come “creativi ma poco disciplinati” quando in realtà avevano un profilo cognitivo eccezionale che il sistema non sapeva leggere perché cercava le equazioni, non le storie.
Le molte forme della plusdotazione
La giftedness non si presenta in una sola forma. È un profilo di elaborazione che può manifestarsi in modi radicalmente diversi da persona a persona.
Ci sono persone gifted che eccellono nel ragionamento logico-matematico, sì. Ma ci sono anche quelle con un’intelligenza linguistica così sviluppata da padroneggiare lingue nuove in pochi mesi, che trovano connessioni tra testi e idee con una velocità che sorprende chiunque lavori con loro. Ci sono quelle con un’intelligenza spaziale e visiva che permette loro di vedere strutture e pattern dove gli altri vedono solo elementi separati, di creare oggetti tridimensionali nella mente prima ancora di avere il materiale in mano.
Ci sono quelle con un’intelligenza interpersonale così acuta da leggere le dinamiche di un gruppo con la precisione di un’analista, che percepiscono emozioni non espresse, che mediano conflitti con una naturalezza che sembra magia ma è in realtà un’elaborazione rapidissima di informazioni sociali. E quelle con un’intelligenza intrapersonale profondissima, che conoscono se stesse con una nitidezza quasi scomoda, che elaborano le proprie emozioni con complessità e sfumature.
Ci sono le multipotenziali, che attraversano campi diversi con la stessa profondità e la stessa fame, che non si “specializzano” non perché non sappiano scegliere, ma perché la loro mente ha bisogno di più territori. Ci sono quelli con la cosiddetta doppia eccezionalità (2E), che hanno un profilo cognitivo eccezionale in alcune aree e difficoltà reali in altre, e che per questo vengono spesso visti solo per le difficoltà, non per il potenziale.
Il profilo a macchia di leopardo
Una delle cose che trovo più utile spiegare a chi scopre tardi il proprio alto potenziale cognitivo è il concetto di profilo disomogeneo.
A differenza dello stereotipo del genio uniforme che eccelle in tutto, la maggior parte delle persone gifted ha un profilo cognitivo irregolare: aree di elaborazione straordinaria che coesistono con aree nella media o anche sotto la media. Puoi avere una comprensione verbale al 99° percentile e una velocità di elaborazione più bassa. Puoi avere un ragionamento visivo eccezionale e difficoltà nell’organizzazione sequenziale.
Questa irregolarità è normale. È, anzi, una delle caratteristiche più comuni nella plusdotazione. Ma è anche una delle ragioni principali per cui tante persone vengono ignorate o identificate tardi: il sistema cerca la perfezione uniforme. Quello che trova di più, e non sa riconoscere, è la brillantezza a macchie.
Quello che ti lascio
Se stai leggendo questo e stai pensando “ma io non sono così“, lasciami fare una domanda.
Stai paragonando te stessa allo stereotipo del genio matematico solitario? O stai guardando davvero come funziona la tua mente?
Perché la plusdotazione non ha un volto solo. Ha il tuo volto. Ha il volto della bambina che scriveva storie che nessuno aveva chiesto. Dell’adulta che impara lingue per il piacere di farlo. Di chi capisce le persone prima che aprano bocca. Di chi non riesce a smettere di fare domande. Di chi si annoia con il banale e si accende con il complesso, qualunque forma prenda quel complesso.
Non esiste un tipo di gifted. Esiste una qualità di elaborazione. Le strisce di ogni zebra sono diverse. Ed è esattamente per questo che siamo riconoscibili.
E tu?
In quale area della tua vita hai sempre sentito quella differenza, anche senza saperla nominare? Raccontamelo nei commenti.
Questo spazio esiste anche per questo.


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