“Non lo sapeva nessuno, allora. Non sapevano come si chiamava quello che ero. E io, che pure capivo tutto così in fretta, non capivo la cosa più importante: che non c’era niente di sbagliato in me.”

C’è un’immagine di me bambina che conservo nei miei ricordi, malgrado l’avessi accantonata per anni. Sono seduta sul pavimento con un libro enorme aperto sulle ginocchia, e ho quell’espressione che i bambini hanno quando sono completamente dentro qualcosa: assenti dal mondo, presenti ovunque altrove.

Mia madre dice che amavo stare da sola persa nei miei mondi immaginari. Che sono sempre stata precoce in tutto. Che facevo domande a cui non sapeva rispondere. Che avevo sempre voglia di imparare qualcosa di nuovo e di più grande della mia età.

Non lo sapeva nessuno, allora. Non sapevano come si chiamava quello che ero.

E io, che pure capivo tutto così in fretta, non capivo la cosa più importante: che non c’era niente di sbagliato in me.

La bambina che cercava di essere normale

Da piccola ho imparato una cosa con grande precisione: essere troppo costava. Costava in risatine, in silenzi, in quella distanza sottile che si creava quando rispondevi a una domanda che nessun altro aveva capito, o quando ti entusiasmavi per qualcosa con un’intensità che gli altri non sapevano dove mettere.

E così ho iniziato a fare quello che i bambini intelligenti imparano a fare prima di capire che lo stanno facendo: ho calibrato. Ho abbassato il volume. Ho imparato a dare la mia seconda risposta, quella che non spaventava nessuno, invece della prima, quella vera.

Non lo chiamavo masking. Non avevo quella parola. Lo chiamavo essere educata. Essere normale. Essere come gli altri.

E più ci riuscivo, più mi sentivo lontana da qualcosa, senza riuscire a capire da cosa.

L’adolescente che si sentiva troppo

L’adolescenza ha amplificato tutto. Quella sensazione di non appartenere completamente a nessun gruppo, di essere leggermente fuori fuoco rispetto a tutti i contesti in cui mi trovavo. Le amicizie mi sembravano spesso insufficienti, non per mancanza di affetto, ma per mancanza di profondità. Volevo conversazioni che andassero da qualche parte. Volevo qualcuno che capisse senza che io dovessi spiegare.

Li trovavo raramente. E quando li trovavo, mi aggrappavo a loro con un’intensità che spesso spaventava.

I risultati scolastici erano discontinui nel modo tipico di chi ha APC e non lo sa: brillante in quello che la appassionava, distratta o assente in quello che non riusciva a trovare rilevante. Gli insegnanti usavano quella frase che conosco bene: “È molto intelligente però potrebbe fare di più.” Come se il problema fosse la volontà, non il fatto che nessuno stesse parlando la sua lingua.

E io ci credevo. Credevo di poter fare di più, se solo fossi riuscita a essere meno me stessa.

La giovane adulta che prendeva decisioni senza capire perché

Poi sono arrivati gli anni delle scelte. Università, lavoro, relazioni. E lì il costo del non sapere chi ero davvero è diventato più concreto.

Ho scelto percorsi che sembravano ragionevoli e mi hanno resa infelice. Ho abbandonato cose a metà non per mancanza di volontà, ma perché la mia mente aveva già estratto tutto quello che c’era da estrarre da quella esperienza, e nessuno me lo aveva mai detto che questo era normale per come funzionavo. Ho cercato relazioni profonde in posti dove non potevano esistere. Ho dato tutto in lavori che non mi chiedevano quasi niente, e mi sono sentita svuotata senza capire perché.

Ogni decisione che prendevo senza capire la mia natura era una decisione presa al buio. Non sbagliata per forza, ma non davvero mia. Costruita su una versione di me che si adattava a ciò che sembrava accettabile, non su quello che ero.

E la cosa più crudele è che ci mettevo tutta me stessa. Mi impegnavo enormemente. E nonostante questo, la sensazione di sbagliare qualcosa di fondamentale non se ne andava mai.

Il momento in cui tutto ha preso un nome

Quando ho ricevuto la mia identificazione di APC, avevo quarantuno anni.

Non è stato un momento cinematografico. Non ho pianto di sollievo, non ho sentito una musica di sottofondo, non ho avuto quella rivelazione pulita e ordinata che ci aspettiamo nei film. È stato più complicato e più silenzioso di così.

Ho guardato indietro.

E ho visto quella bambina di sette anni con il libro sulle ginocchia, e per la prima volta ho capito cosa stava leggendo con quella concentrazione. Stava cercando, anche allora, il mondo dove la sua mente poteva muoversi liberamente. Stava cercando lo spazio che nessuno le aveva ancora dato.

Ho visto l’adolescente che si sentiva troppo… e ho capito che non era troppo. Era semplicemente in posti troppo piccoli.

Ho visto la giovane adulta che prendeva decisioni al buio… e ho capito che non era colpa sua. Stava navigando senza mappa in un territorio per cui nessuno le aveva dato gli strumenti.

Il perdono

Il perdono non è arrivato tutto insieme. Arriva ancora, a pezzi, nei momenti in cui mi fermo abbastanza a lungo da guardare indietro senza giudicare.

Non è un perdono per aver sbagliato qualcosa. Quella bambina, quell’adolescente, quella giovane donna non avevano sbagliato niente. Avevano fatto quello che si fa quando non si hanno le informazioni: il meglio possibile con quello che si aveva.

Il perdono è per aver creduto, per così tanto tempo, che il problema fossi io. Che se avessi fatto più fatica, che se fossi stata più disciplinata, più normale, più gestibile, tutto sarebbe andato meglio.

Non era così. Non è mai stato così. Era che nessuno aveva detto a quella bambina che la sua mente funzionava diversamente. E che diversamente non voleva dire difettosamente. Voleva dire, semplicemente, a modo suo.

Quello che ti lascio

Se stai leggendo questo articolo e ti stai riconoscendo in qualcosa, probabilmente c’è anche nella tua vita una versione più giovane di te che merita questo sguardo.

Non per riscrivere il passato. Non per stabilire di chi sia la colpa. Ma per poter guardare quella bambina, quell’adolescente, quella giovane donna, con la stessa compassione che riserveresti a qualcuno che ami e che ha dovuto trovare la sua strada senza mappa.

Lei ha fatto del suo meglio. Tu hai fatto del tuo meglio.

E adesso, finalmente, hai trovato le parole che quella bambina non aveva.

E tu?

C’è una versione più giovane di te a cui vorresti dire qualcosa, oggi che sai quello che sai? Cosa le diresti? Raccontamelo nei commenti. Queste parole, scritte qui, diventano una lettera per qualcuno che le sta ancora cercando.

Questo spazio esiste anche per questo.

Se qualcosa di quello che hai letto ha risvegliato una domanda in te, forse qui trovi un altro pezzo del puzzle…

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