“Il corpo maschile non è programmato per l’assenza. Risponde a quello che fa, non a quello che gli viene concesso di non fare.”
C’è una frase che quasi tutte le neomamme hanno sentito almeno una volta, di solito nei primi mesi più duri: “è la natura, è così che deve essere“.
Detta per consolare, spesso finisce per fare l’esatto contrario: fa sentire che la fatica, la solitudine, il carico sproporzionato che si porta addosso siano parte di un disegno saggio e immutabile, quasi un test che si supera solo restando in silenzio.
C’è un problema con questa frase. Non è vera.
Il mito della natura saggia
L’idea che la specie umana abbia sempre previsto che fosse la madre, da sola, a farsi carico quasi interamente di un figlio, non regge di fronte ai dati antropologici.
La primatologa Sarah Blaffer Hrdy ha documentato per anni quello che oggi si chiama modello dell’allevamento cooperativo: gli esseri umani si sono evoluti come specie che dipende da persone diverse dalla madre, i cosiddetti alloparenti (fratelli maggiori, nonne, zie, e spesso anche membri non imparentati del gruppo) per crescere con successo i figli.
A differenza degli altri grandi primati, dove la cura è quasi esclusivamente materna, negli esseri umani l’accudimento infantile è sempre stato distribuito, coinvolgendo in media, in moltissime culture diverse nel mondo, anche i padri per circa metà del tempo dopo la prima infanzia.
Un esempio concreto: tra gli Aka, popolazione dell’Africa centrale studiata a lungo dagli antropologi, i padri sono descritti come straordinariamente coinvolti, passando quasi metà della giornata a contatto fisico diretto con i propri bambini.
Non è un’eccezione esotica. È un promemoria di come il coinvolgimento paterno intenso sia perfettamente compatibile con il funzionamento umano, non un’anomalia moderna o “troppo pretenzioso” da chiedere.
Il modello di famiglia nucleare isolata, con una madre unica responsabile e un padre “fornitore” esterno, è tutto tranne che ancestrale. È una costruzione recente, in gran parte post-industriale.
Quindi quando si dice “la natura è saggia” per giustificare uno squilibrio in cui solo la donna si fa carico di tutto, si sta usando male l’argomento, quasi al contrario del suo significato originario.
Il corpo del padre risponde, se glielo permetti
C’è un altro dato che smonta l’idea dell’uomo “biologicamente” meno portato alla cura.
La ricerca della neuroscienziata Ruth Feldman, una delle voci più autorevoli sull’endocrinologia della genitorialità, mostra che diventare genitori coinvolti cambia la biologia degli uomini tanto quanto quella delle donne, non solo a livello psicologico.
Gli studi mostrano che la paternità attiva è collegata a un calo del testosterone, e che questo calo facilita l’emergere di comportamenti di accudimento ed empatia. Non è che alcuni uomini nascono “più maturi” o più predisposti alla cura. È che il corpo maschile risponde biologicamente a quello che fa concretamente, non a quello che dovrebbe fare in teoria.
Ancora più interessante: uno studio su una comunità di pescatori-agricoltori ha mostrato che le madri presentavano livelli ormonali diversi (più ossitocina, meno testosterone) a seconda di quanto il padre fosse coinvolto direttamente nella cura.
Il corpo della madre, letteralmente, compensa a livello ormonale quando il padre non partecipa. La sua fatica non è solo percepita. È misurabile.
Il corpo maschile non è programmato per l’assenza. Risponde a quello che fa, non a quello che gli viene concesso di non fare.
Il villaggio che è sparito
Qui si inserisce il secondo pezzo del discorso: l’invisibilità che molte neomamme raccontano.
In ambito clinico si parla sempre più spesso di matrescence, termine coniato dall’antropologa Dana Raphael negli anni Settanta per descrivere la trasformazione identitaria, fisica e neurologica che accompagna la maternità, oggi ripreso da numerosi studi su cambiamenti ormonali, cognitivi e cerebrali che avvengono nella transizione.
Diverse ricerche recenti notano che, quando le madri trovano il coraggio di raccontare le parti difficili di questa transizione, si scontrano con la mancanza di quelle strutture di supporto comunitario, il “villaggio”, che erano tradizionalmente presenti in molte culture e che oggi, nella maggior parte dei contesti occidentali, semplicemente non esistono più.
Non è un caso che ci si senta invisibili. È la conseguenza diretta di aver smantellato il sistema di supporto distribuito con cui la specie si è evoluta, lasciando le donne a gestire da sole un compito che non è mai stato pensato per una persona sola.
Perché sono spesso le altre madri a minimizzare

E qui arriva la parte più scomoda: perché sono spesso proprio le donne che hanno già vissuto la maternità a minimizzare la fatica di una neomamma, invece di sostenerla.
C’è una spiegazione psicologica solida, anche se raramente applicata a questo contesto specifico: la teoria della dissonanza cognitiva, formulata dallo psicologo Leon Festinger nel 1957. La teoria dice, in sintesi, che quando una convinzione e un’esperienza vissuta entrano in conflitto, la persona prova un disagio mentale reale, e cerca attivamente un modo per ridurlo.
Applicata qui: se una donna ha vissuto la propria maternità in totale solitudine, senza aiuto, minimizzando per anni la propria fatica pur di “tenere duro”, ammettere che quella fatica era reale e ingiusta significherebbe anche ammettere che avrebbe potuto, forse dovuto, chiedere aiuto. Che non era normale reggere tutto da sola.
È molto più comodo, a livello psicologico, continuare a pensare che fosse tutto normale, che “si è sempre fatto così”, piuttosto che riconoscere che si è sopportato un carico eccessivo senza necessità.
Quando questa stessa donna si trova davanti a una neomamma che fatica, e quella fatica viene nominata ad alta voce, il conflitto si riattiva.
Minimizzare la sofferenza dell’altra diventa un modo, spesso del tutto inconsapevole, di proteggere la coerenza della propria storia.
Non è cattiveria. È autodifesa psicologica, e capirlo non giustifica il danno che fa, ma aiuta a non prenderlo come un giudizio personale sulla propria maternità.
Quando qualcuna minimizza la tua fatica, spesso non sta giudicando te. Sta proteggendo la coerenza della propria storia.
Perché per una madre plusdotata questo squilibrio pesa ancora di più
Per una donna con alto potenziale cognitivo, questo squilibrio non passa inosservato, ed è proprio questo il punto in cui l’intensità, di solito raccontata come un problema, diventa invece uno strumento di lucidità.
Una mente che elabora rapidamente, che vede pattern e connessioni, che fatica a far finta di non vedere quello che vede, non riesce facilmente a raccontarsi la versione consolatoria di “è sempre stato così, va bene così”.
Vede lo squilibrio con chiarezza. Lo sente nel corpo, nella stanchezza, nella rabbia che si accumula quando le viene chiesto di sorridere e “farsene una ragione”.
Questo non significa che tu stia esagerando. Significa che stai percependo con precisione qualcosa che il sistema intorno a te preferirebbe restasse sfumato.
È la stessa fame mentale di cui parlo in Fame di me: quella sete di profondità, di senso, di essere vista per intero, che nella maternità isolata trova ancora meno spazio per essere soddisfatta, proprio nel momento in cui ne avresti più bisogno.
Quello che ti lascio
Non hai un problema di gratitudine, né di resistenza allo stress, né di adattamento.
Stai vivendo, con più lucidità rispetto a molte, uno squilibrio che la specie umana non ha mai previsto e che la società moderna ha reso invisibile per comodità di chi ne beneficia.
Non è debolezza chiederne conto. È l’unica risposta sensata davanti a un carico che non ti apparteneva da sola fin dall’inizio.
E tu?
Ti è mai capitato che un’altra madre minimizzasse quello che stavi vivendo, invece di riconoscerlo? Raccontamelo nei commenti.
Questo spazio esiste anche per questo.


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