“Non è un bambino maleducato. È un bambino che sente tutto più forte, in un mondo che gli chiede di sentire meno.”
C’è una scena che capita spesso a chi ha un figlio plusdotato, e che agli occhi di chi guarda da fuori sembra sempre la stessa cosa: un bambino che non obbedisce subito, che ribatte, che spiega perché non è d’accordo invece di limitarsi a fare quello che gli viene detto.
E c’è sempre, puntuale, il commento dell’adulto presente: “bisogna educarlo”, “deve imparare a stare zitto”, “ai miei tempi non si rispondeva così”.
Quello che quell’adulto non vede è tutto il resto. Non vede le ore passate a spiegare, con pazienza infinita, perché certe regole esistono. Non vede il lavoro quotidiano per aiutare quel bambino a riconoscere un’emozione prima che esploda. Non vede quanto sia diverso gestire un bambino che ha bisogno di capire il “perché” di ogni cosa, rispetto a uno che si accontenta di un “perché sì”.
Vede solo tre secondi di una scena, e in quei tre secondi emette una sentenza.
Non è capriccio, è intensità
Un bambino con alto potenziale cognitivo non risponde per maleducazione. Risponde perché il suo cervello elabora le informazioni in modo diverso, spesso più intenso, e quell’intensità non ha un interruttore che si spegne su richiesta.
Ha una necessità reale, non capricciosa, di capire prima di obbedire, di sentirsi ascoltato prima di accettare, di dare un senso a quello che gli viene chiesto.
Questo non significa che non vada guidato, corretto, aiutato a gestire le proprie reazioni. Significa che il modo in cui lo si fa deve tenere conto di come funziona davvero, non di come funzionerebbe un bambino “medio” che in realtà non esiste per lui.
Chi giudica dall’esterno, spesso in totale buona fede, applica lo stesso metro a tutti i bambini. E quando quel metro non funziona, la colpa ricade sul bambino, o peggio, sul genitore che “non sa educarlo”.
Non è un bambino maleducato. È un bambino che sente tutto più forte, in un mondo che gli chiede di sentire meno.
Il lavoro che nessuno vede
Qualche giorno fa, in un gruppo Facebook di genitori di bambini plusdotati, una madre raccontava di una settimana durissima: un figlio affettuoso, intelligente, empatico, ma che da giorni si opponeva a quasi tutto, le attribuiva ogni responsabilità, diventava sempre più rigido nelle proprie regole interne.
Scriveva di sentirsi esausta, di fare del proprio meglio, e soprattutto di sentirsi sola: per la sua famiglia, “plusdotazione” voleva dire solo “quanto è intelligente”, e nessuno vedeva che si tratta di una neurodivergenza che richiede attenzione, strategie, pazienza costante.
Quella madre non stava chiedendo compassione. Stava chiedendo qualcosa di molto più semplice: che qualcuno si rendesse conto del lavoro che c’è dietro.
Non parliamo di genitori permissivi, di bambini viziati. Parliamo di famiglie che ogni giorno traducono, mediano, spiegano, contengono, mentre il mondo intorno continua a misurare tutto con lo stesso metro di sempre.
Come ho raccontato anche a proposito di quando ci si sente la pecora nera della famiglia, capita spesso che a giudicare per primi siano proprio le persone che ci vogliono più bene.
Quello che servirebbe davvero, invece di un giudizio
Se ti riconosci in chi guarda dall’esterno e fatica a capire perché un bambino “così intelligente” si comporti in un modo che sembra “così immaturo”, una domanda può aiutare più di qualsiasi correzione: cosa sta cercando di dirmi con questo comportamento, invece di come lo fermo?
E se sei tu il genitore che ogni giorno fa questo lavoro invisibile, forse quello che ti serve sentirti dire non è “come lo educhi meglio”, ma qualcosa di molto più raro: “vedo quanto lavoro c’è dietro, e non è facile”.
Quello che ti lascio
Non hai bisogno di dimostrare a nessuno che stai facendo un buon lavoro come genitore. Il lavoro che fai ogni giorno, quello che nessuno vede perché succede nei momenti di calma, nelle spiegazioni pazienti, nelle notti in cui ripensi a come avresti potuto gestire meglio una scena da tre secondi, quello conta molto più del giudizio di chi ha visto solo l’esplosione finale.
E tu?
Ti è mai capitato che qualcuno giudicasse in tre secondi un comportamento di tuo figlio, senza vedere tutto il lavoro che c’è dietro? Raccontamelo nei commenti.
Questo spazio esiste anche per questo.


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