“Ero io. Ero io a quell’età, in un corpo che non era il mio. E in quel momento ho sentito due cose contemporaneamente: una gioia profonda, e qualcosa che assomigliava alla paura.”
Mia figlia aveva un anno e mezzo quando ho capito che quello che stavo crescendo era qualcosa che conoscevo dall’interno.
Le avevo costruito sulla parete di casa un bruco gigante, fatto di piatti colorati con le lettere dell’alfabeto in fommy, quelle morbide da toccare. Un’idea nata così, per giocare, per stimolarla. Non mi aspettavo niente di preciso.
Nel giro di poco tempo conosceva tutte le lettere.
Qualche anno dopo, senza che nessuno glielo avesse insegnato formalmente, prese una penna in mano e scrisse la sua prima lettera a Babbo Natale. Voleva i Lego. Lo scrisse “LEO”, con quell’errore che ancora conservo perché è uno dei più belli che abbia mai visto.
Non me lo aspettavo. E invece di sorprendermi, quella cosa mi ha riconosciuta.
Non era solo intelligenza precoce. Era il modo in cui collegava le cose. Era l’intensità con cui si fermava su un’idea. Era quella piccola ruga tra le sopracciglia quando qualcosa non tornava.
Ero io. Ero io a quell’età, in un corpo che non era il mio.
E in quel momento ho sentito due cose contemporaneamente, così intrecciate da non riuscire a separarle: una gioia profonda, e qualcosa che assomigliava alla paura.
Lo specchio che non ti aspetti
Riconoscersi in un figlio è un’esperienza che molti genitori descrivono come dolce, commovente, quasi poetica. E lo è. Ma quando sei una madre con APC e tuo figlio ha APC, lo specchio funziona in modo diverso.
Non vedi solo i tuoi occhi nel suo viso o il tuo modo di ridere nel suo. Vedi i tuoi meccanismi. Vedi le tue strategie di sopravvivenza che si stanno formando in lui, in tempo reale, davanti ai tuoi occhi. Vedi le cose che ti hanno fatto del bene e quelle che ti hanno fatto del male, e non sai ancora quali delle due stai trasmettendo.
Vedi la tua intensità emotiva quando piange per qualcosa che agli altri sembra piccolo. Vedi il tuo iperfoco quando si dimentica di mangiare perché è dentro qualcosa. Vedi la tua sensibilità sensoriale quando si blocca su un rumore o una texture che nessun altro ha notato.
E vedi, con una chiarezza quasi insopportabile, quello che nessuno ha visto in te quando eri piccola.
La bellezza di essere finalmente capite
C’è qualcosa di straordinario in questo rispecchiamento, però, che vale la pena nominare con altrettanta chiarezza.
Quando tuo figlio è inconsolabile per qualcosa che sembra sproporzionato, tu capisci. Non devi tradurre. Non devi fare lo sforzo che hai fatto per tutta la vita di spiegare come funzioni a qualcuno che non lo ha mai vissuto. Lo sai già. Ce l’hai nella pelle.
Quando ha bisogno di profondità nelle conversazioni, anche a sei anni, anche a otto, anche in modi che stupiscono gli altri adulti intorno a lui, tu riesci a stare lì. Puoi andare dove lui vuole andare, senza sentirti strana per farlo.
Quando si annoia in classe e non riesce a spiegare perché, tu sai esattamente cosa sta succedendo nel suo corpo e nella sua testa. Perché ci sei passata. Perché lo sai dall’interno, non dai libri.
Questa è la cosa più preziosa che puoi dargli: non una madre che capisce l’APC in astratto, ma una madre che lo abita. Che non ha bisogno che suo figlio si traduca. Che lo vede già.
La fatica di essere specchio
Ma c’è l’altro lato. Quello che nessuno ti avverte davvero.
Quando tuo figlio ha una crisi emotiva intensa, qualcosa in te si attiva e va oltre la risposta genitoriale normale. Perché quella crisi risuona con qualcosa di tuo. Perché hai dentro di te la stessa intensità che stai cercando di aiutare lui a gestire, e a volte le due cose si scontrano invece di aiutarsi.
Quando si comporta in modo che riconosci come tuo, ma che sai che gli costerà (il perfezionismo, il bisogno di controllo, la difficoltà ad accettare l’errore), è difficile intervenire con la leggerezza di chi osserva dall’esterno. È difficile non caricare quella correzione con tutto il peso della tua storia personale.
E poi c’è la cosa più sottile di tutte: il rischio di proiettare. Di vedere in lui le tue ferite e rispondere a quelle, invece che a lui. Di volergli risparmiare quello che hai vissuto tu in modo così urgente da non vedere quello che sta vivendo davvero lui, che è simile ma non identico.
Tuo figlio è come te. Ma non è te. Ed è in quello spazio tra le due cose che si gioca la parte più difficile e più importante di questo tipo di maternità.
La stanchezza che nessuno osa nominare
C’è una forma di esaurimento molto specifica che conosco bene, e che le madri con APC raramente ammettono perché suona come una mancanza di amore.
Quando tuo figlio dibatte tutto. Ogni cosa. Ogni regola, ogni decisione, ogni “perché” che non trova risposta soddisfacente torna indietro come un boomerang, più affilato di prima. Quando devi spiegare in quattro lingue diverse il motivo di qualcosa che agli altri genitori basta dire una volta. Quando la sua intensità riempie ogni angolo della stanza e non c’è spazio per abbassare il volume, nemmeno un momento, nemmeno la sera.
Quella stanchezza è reale. Ed è diversa dalla stanchezza normale della genitorialità, perché non è solo fisica: è la stanchezza di dover essere sempre all’altezza di una mente che non si ferma mai, con la tua mente che non si ferma mai.
A volte la sua intensità si scontra con la tua e il risultato non è bello. Non è quel momento poetico dello specchio. È scintille. È due frequenze alte che collidono invece di armonizzarsi.
E tuttavia, in quegli stessi dibattiti che ti devastano, c’è qualcosa che ti riempie in un modo che non riesci a spiegare a chi non lo ha vissuto. Perché stai parlando con qualcuno che pensa davvero. Che non accetta le risposte facili. Che ti costringe a essere precisa, onesta, presente. Che ti tratta, anche a sei anni, come un interlocutore vero.
È devastante. È meraviglioso. Spesso le due cose nella stessa giornata.
Quello che nessuno ti dice
Nessuno ti avverte che diventare madre di un figlio con APC, quando hai APC tu stessa, riattiva il tuo percorso personale in modi che non ti aspetti.
Che alcuni giorni lo guarderai e sentirai una tenerezza così acuta da fare quasi male, perché capisci esattamente cosa sta attraversando e vorresti prendere tutto quel peso su di te.
Che altri giorni ti troverai a reagire a lui con un’intensità che ti sorprende, e poi capirai che non stavi reagendo a lui: stavi reagendo alla bambina che eri stata tu.
Che crescere un figlio con APC quando hai APC è un doppio percorso: stai accompagnando lui, e stai continuando a capire te stessa. I due processi si intrecciano continuamente, si nutrono a vicenda, a volte si complicano a vicenda.
E che tutto questo, con tutta la sua bellezza e tutta la sua fatica, è forse il viaggio più ricco che potessi fare.
Quello che ti lascio
Quello specchio che hai trovato in tuo figlio non è solo un dono per lui.
È anche un dono per te.
Perché attraverso di lui puoi vedere quella bambina che eri con occhi nuovi. Puoi dargli quello che nessuno ti ha dato. Puoi capire, guardandolo, quanto eri straordinaria già allora.
E nel farlo, qualcosa in te si ripara. Lentamente, senza clamore, nei gesti quotidiani di una madre che finalmente capisce.
Anche quando è stanca. Soprattutto quando è stanca.
E tu?
C’è un momento in cui hai riconosciuto te stessa in tuo figlio per la prima volta? Cosa hai sentito? Raccontamelo nei commenti.
Questo spazio esiste anche per questo.


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