“Per molto tempo ho pensato di essere strana. Non nel senso affettuoso. Nel senso letterale: che ci fosse qualcosa in me che non funzionava come avrebbe dovuto.”
Per molto tempo ho pensato di essere strana.
Non nel senso affettuoso con cui a volte si usa questa parola. Nel senso letterale: che ci fosse qualcosa in me che non funzionava come avrebbe dovuto. Ero troppo intensa per certi contesti, troppo silenziosa per altri. Mi annoiavo con una facilità che gli altri interpretavano come pigrizia o arroganza. Sentivo tutto con un’amplificazione che non sapevo come spiegare. Facevo domande che interrompevano il flusso delle conversazioni invece di alimentarlo.
Per anni ho portato quella stranezza come un peso. Qualcosa da nascondere, da smussare, da tenere a bada.
Poi un giorno ho letto due parole che non mi aspettavo e che, nell’arco di qualche riga, hanno cominciato a riorganizzare qualcosa dentro di me.
Alto potenziale cognitivo.
E poi, ancora più inaspettata, una terza: zebra.
Perché proprio la zebra
La risposta viene da Jeanne Siaud-Facchin, psicologa clinica francese e una delle voci più lucide e compassionate che abbia incontrato su questo tema. Nel suo libro Troppo intelligenti per essere felici ha scelto questa parola per descrivere le persone con APC, e quando l’ho letta ho capito perché nessun’altra definizione era mai arrivata così vicina.
Lascia che te la condivida con le sue stesse parole, perché alcune cose meritano di essere sentite nel modo in cui sono state scritte:
“Continuerò a preferire «zebra», come termine che ho scelto per riferirmi a queste persone, svincolandolo così da nomi gravosi. La zebra, quell’animale diverso, quell’equino che l’uomo non ha saputo addomesticare, che nella savana si distingue nettamente dagli altri grazie alle sue strisce che gli permettono di mimetizzarsi, che ha bisogno degli altri per vivere e si prende cura gelosamente dei suoi piccoli, che sono così diversi e simili ai suoi simili… Inoltre, proprio come le nostre impronte digitali, le strisce zebrate sono uniche e consentono loro di riconoscersi a vicenda. Ogni zebra è diversa dalle altre. Io continuerò a dire e ripetere che queste «strane zebre» hanno bisogno di tutta la nostra attenzione per vivere in armonia in questo mondo così esigente. Continuerò a difendere tutte quelle persone ‘graffiate’ come se le loro strisce evocassero anche i colpi che la vita può sferrare contro di loro. Continuerò a spiegare che le loro strisce sono anche caratteristiche formidabili che possono salvarli da numerose trappole e pericoli. Che sono magnifici e che possono esserne orgogliosi. Serenamente.”
— Jeanne Siaud-Facchin
Mi sono fermata su quella parola: serenamente. Non trionfalmente. Non nonostante tutto. Serenamente. Con quella pace quieta di chi ha smesso di combattere contro la propria natura e ha imparato, finalmente, a starci dentro.
Cosa significa davvero avere l’APC
Una delle cose che mi ha aiutata di più, quando ho cominciato questo percorso, è stata capire che alto potenziale cognitivo non significa essere più intelligente degli altri nel senso in cui si usa normalmente quella parola. Non è una questione di voti, di successo, di superiorità.
È una questione di frequenza.
Una mente con APC elabora il mondo diversamente: con più velocità in certi processi, più profondità in certi tipi di connessioni, più intensità nel modo in cui sente le cose. Non è una mente migliore. È una mente diversa. E come tutte le differenze significative, porta con sé risorse straordinarie e sfide altrettanto reali.
Le donne con APC che conosco (e quella che vedo ogni giorno allo specchio) hanno in comune una curiosità che non si quieta mai, una creatività che trova connessioni dove gli altri vedono solo elementi separati, un senso della giustizia così acuto da fare quasi male, relazioni che cercano profondità invece che quantità. Hanno un’intensità emotiva che le attraversa, non sempre comodamente, ma sempre completamente.
Non perché siano difficili. Perché sono zebre in un mondo che si aspettava cavalli.
Il prezzo delle etichette sbagliate
Quello che ho vissuto per anni, e che riconosco nelle storie di molte donne con APC, è che in assenza di una comprensione corretta di come si funziona, le etichette che arrivano sono quasi sempre quelle sbagliate.
Troppo sensibile. Troppo esigente. Troppo intensa. Difficile. Strana.
Oppure la versione scolastica, che conosco bene: “è intelligente ma non si impegna abbastanza.” Come se il problema fosse la volontà, non il fatto che nessuno stesse cercando di capire davvero cosa stava succedendo.
Queste etichette non sono innocue. Si sedimentano nel tempo, diventano la storia che una persona racconta di sé stessa, e quando quella storia dice che il problema sei tu, ci vuole molto tempo e molta cura per riscriverla.
Per me, scoprire l’APC ha significato proprio questo: non ricevere un’etichetta nuova da portare, ma capire che quelle che avevo ricevuto erano sbagliate. Che non ero difficile. Che non ero troppo. Che avevo semplicemente un modo di funzionare diverso, e che quel modo aveva un nome, una storia, e milioni di persone che lo condividevano senza ancora saperlo. Come spiego in dettaglio nell’articolo sull’identificazione tardiva, questa scoperta non è solo un sollievo. È anche un lutto.
Le strisce come mappa
Ogni zebra ha strisce uniche. Nessuna è identica a un’altra. Ed è questa unicità, paradossalmente, che permette alle zebre di riconoscersi: non per somiglianza totale, ma per qualcosa di più sottile. Una frequenza condivisa. Un modo di stare nel mondo che, quando lo incontri in un’altra persona, riconosci quasi fisicamente.
Le tue strisce non sono imperfezioni. Sono la mappa di chi sei. Raccontano come elabori il mondo, cosa ti nutre e cosa ti svuota, perché certe cose ti fanno male più del previsto e certe altre ti riempiono in un modo che non riesci a spiegare a chi non lo ha vissuto.
Imparare a leggere le proprie strisce, dopo anni di tentativi di nasconderle, è uno dei percorsi più lunghi e più preziosi che una donna con APC possa fare. Non è immediato e non è sempre comodo.
Ma ogni volta che smetti di lottare contro una tua caratteristica e inizi invece a capirla, qualcosa si allenta. Qualcosa che stringeva da troppo tempo.
È quello che provo a esplorare in ogni articolo di questo blog, e quello di cui parlo più a fondo in Fame di me.
Quello che ti lascio
Quella stranezza che ti sei portata addosso per anni non era un difetto.
Erano le tue strisce.
E come tutte le cose che appartengono davvero a te, non potevano essere cancellate. Solo ignorate per un po’. Solo nascoste abbastanza a lungo da far quasi dimenticare che erano lì.
Ma erano lì. Sono sempre state lì. E adesso che le vedi, puoi smettere di nasconderle.
E tu?
Quando hai sentito per la prima volta la parola “zebra” applicata a te? Cosa ha cambiato, se ha cambiato qualcosa? Raccontamelo nei commenti.
Questo spazio esiste anche per questo.


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