“Non eri tu il problema. Eri la persona più sana della stanza.”
C’è un copione che si è ripetuto, quasi identico, in ogni azienda in cui sono entrata.
Il primo mese: entusiasmo. Guardo il mio ruolo e vedo subito dove si potrebbe migliorare qualcosa, propongo un’idea, poi un’altra. Vado oltre quello che mi viene chiesto, non perché qualcuno me lo imponga, ma perché è così che funziono: se vedo una cosa che si può fare meglio, non riesco a far finta di non vederla.
Il secondo mese: mi notano. Le idee piacciono. Mi dicono che porto una ventata d’aria fresca, che si vede la passione, che finalmente qualcuno si mette in gioco davvero.
Il terzo mese, o il quarto: le stesse idee, per cui ero stata elogiata, cominciano a “non poter essere messe in pratica”. Non con un no diretto. Con un rimando continuo, una giustificazione dopo l’altra, un silenzio che sostituisce la risposta. E io lì, a insistere, a spiegare di nuovo, a lottare contro mulini a vento fino a stancarmi. Finisco per fare il mio lavoro sempre meglio, in modo sempre più tecnicamente ineccepibile, ma con la scintilla spenta.
E poi la rabbia, quella vera, arrivava guardandomi intorno: colleghi che facevano un terzo di quello che facevo io, e a cui bastava esattamente questo. Timbrare, scaldare la sedia, andare a casa. Mi chiedevo, e mi chiedo ancora: possibile che alla gente non interessi fare le cose con senso? Se ci riesco io, possono riuscirci anche loro.
Ci ho messo anni a capire che la domanda giusta non era questa.
Il sistema non è rotto. È organizzato per restare com’è
C’è un principio, preso in prestito dalla teoria dei sistemi, che spiega meglio di qualsiasi lamentela da ufficio quello che succede in situazioni come questa.
Ogni sistema, che sia un’azienda, una famiglia, un gruppo di amiche, tende a organizzarsi intorno a un equilibrio. Anche quando quell’equilibrio è disfunzionale. Anche quando quell’equilibrio significa che nessuno propone niente, nessuno nomina i problemi, tutti si adattano a regole non scritte pur di non smuovere le acque.
Funziona così: non si dice quello che si pensa davvero nelle riunioni. Non si nomina il progetto che non ha senso. Si minimizza, si tira avanti, si replica lo stesso schema, anno dopo anno.
Finché non arriva qualcuna che non si adatta.
Non perché voglia creare problemi. Ma perché ha una soglia diversa: nota le cose, le nomina, fa domande che nessun altro fa. Porta consapevolezza dove prima c’era silenzio comodo. E il sistema, quasi sempre, non la ringrazia. La respinge.
Diventa lei “quella difficile”. “Quella che si lamenta troppo”. “Quella instabile”, “quella esagerata”. Perché la sua sola presenza mette in discussione un equilibrio che, per quanto malato, tutti gli altri hanno imparato a tollerare.
Non eri tu il problema. Eri la persona più sana della stanza. E in certi sistemi, questa è la cosa più scomoda che si possa essere.
Perché fa ancora più rabbia se sei tu, donna, a essere brillante
Qui c’è un livello in più, che non possiamo ignorare. Lo stesso comportamento, la stessa energia, la stessa voglia di fare meglio, non generano la stessa reazione a seconda di chi le porta in un determinato sistema.
Un uomo che propone, che spinge, che va oltre il suo ruolo, viene letto (quasi sempre) come “ambizioso”, “leader naturale”, uno che “ha polso”. Una donna che fa esattamente la stessa cosa, con la stessa intensità, rischia di essere letta come “troppo”, “difficile da gestire”, “quella che vuole sempre avere ragione”. Le stesse idee, dette dalla stessa persona ma con un tono più basso e più maschile, spesso vengono accolte con più facilità.
Se poi quella donna è anche gifted, se il suo cervello vede connessioni e soluzioni più in fretta di chi le sta intorno, il disagio del sistema si moltiplica. Non è solo una donna che disturba l’equilibrio. È una donna che lo disturba perché vede troppo, troppo in fretta, e per giunta con ragione.
Ecco perché tante donne plusdotate raccontano la stessa storia sul lavoro: l’iniziale entusiasmo con cui vengono accolte le loro idee, seguito da un lento processo di ridimensionamento, fino a quando smettono di proporre, smettono di segnalare, e imparano a fare esattamente quello che gli altri fanno. Il minimo indispensabile. Non perché abbiano smesso di vedere. Ma perché hanno imparato che vedere, in quel contesto, costa troppo.
Il tranello del “se ci riesco io, ci riescono tutti”
C’è una frase che ripetevo a me stessa, quasi come un mantra della rabbia: “se sono capace io, sono capaci anche loro”. Sembra logica. Non lo è.
Funzionare su più livelli contemporaneamente, tenere il filo di dieci variabili insieme, cogliere in un attimo dove un progetto farà cilecca prima ancora che qualcuno lo dica ad alta voce, muoversi a una velocità che agli altri sembra quasi sospetta: non è la norma. È una capacità, non un dovere universale. E il fatto che a te costi meno fatica non significa che costi meno fatica a tutti.
Qui il cervello gifted gioca un doppio scherzo. Da un lato ti fa vedere connessioni che altri non vedono, a una velocità che altri non hanno. Dall’altro, proprio perché per te è naturale, ti convince che sia facile per chiunque. È lo stesso meccanismo dell’effetto Dunning-Kruger al contrario di cui abbiamo già parlato: chi sa fare di più tende a sottostimare quanto sia raro quello che sa fare, perché lo misura sulla propria scala, non su quella media.
Questo spiega due cose insieme. Spiega perché ti arrabbi con i colleghi che “non fanno nemmeno un terzo” di quello che fai tu: stai chiedendo a loro la tua velocità, non la loro. E spiega anche perché, nonostante tutto questo, non ti senti mai abbastanza: se pensi che il tuo livello sia lo standard, ogni volta che percepisci un limite (una giornata storta, un compito che ti costa) lo vivi come una mancanza personale, non come fisiologia.
È lo stesso terreno da cui nascono il perfezionismo e la sindrome dell’impostore: non ti misuri con la media, ti misuri con un’immagine di te stessa che hai costruito pensando che il tuo funzionamento fosse la norma.
Riconoscere che quello che fai non è “il minimo sindacale fatto bene”, ma una capacità reale e non comune, non è arroganza. È la prima misura di calibrazione onesta che puoi darti.
Cosa fare con questa rabbia (perché ha un senso, e non va spenta)
Non ti dico di smettere di provare rabbia verso i colleghi che fanno un terzo del tuo lavoro. Quella rabbia è informazione: ti dice che il tuo standard non è quello del sistema in cui ti trovi, e che continuare a misurarti su quello standard ti sta consumando.
Quello che puoi cambiare è dove indirizzi l’energia. Non tutti i sistemi meritano il tuo entusiasmo. Alcuni sono strutturalmente incapaci di accoglierlo, non per cattiveria, ma perché il loro equilibrio si regge proprio sul fatto che nessuno spinga troppo forte. Riconoscerlo presto, invece che dopo anni di frustrazione, è già un atto di cura verso te stessa.
E quando ti senti etichettata come “quella difficile” per aver detto una cosa vera, ricordati che spesso è il modo in cui i sistemi disfunzionali si difendono da chi li mette a nudo, dopo anni passati a camuffarti pur di starci dentro.
Quello che ti lascio
Se in ogni lavoro ti sei ritrovata a fare la stessa cosa: entrare con entusiasmo, essere notata, poi essere lentamente rimessa al tuo posto, non è un difetto del tuo carattere. È la reazione prevedibile di sistemi organizzati per restare fermi, davanti a qualcuno che per natura non riesce a restare ferma.
E tu?
Ti è mai capitato di essere “quella troppo” sul lavoro, e poi di scoprire che avevi ragione fin dall’inizio? Come hai gestito quella rabbia? Raccontamelo nei commenti.
Questo spazio esiste anche per questo.


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