“Non stai chiedendo troppo. Stai semplicemente usando la mente che hai.”
Qualche giorno fa mi è successa una cosa che mi ha fatto capire qualcosa che portavo dentro da anni senza riuscire a nominarlo bene.
Avevo consegnato un lavoro. Uno di quelli fatti con l’anima, ma che mentre lo consegnavo pensavo: non è abbastanza, si poteva fare meglio, chissà cosa manca. Il solito processo, quello che conosco fin troppo bene.
Poi, nello stesso periodo, mi sono trovata a vedere il lavoro di altri. E sono rimasta di stucco. Non per quanto fosse buono. Per quanto fosse, oggettivamente, poco curato, e per quanto loro ne sembrassero completamente soddisfatti. Fieri, persino.
Lì è scattata la domanda che mi gira in testa da giorni: com’è possibile che io dubiti così tanto di un lavoro fatto bene, e loro non dubitino affatto di un lavoro fatto male?
Due facce della stessa medaglia
Ne avevamo già parlato: l’effetto Dunning-Kruger al contrario, quello per cui più sai fare una cosa, più tendi a sottostimarti, perché vedi tutto quello che potrebbe ancora migliorare. Quello, l’hai riconosciuto in te stessa mille volte.
Ma c’è l’altra metà di questo effetto, quella originale, quella con cui raramente ci scontriamo di persona finché non capita esattamente quello che è successo a me: le persone che lavorano sotto gli standard non lo fanno necessariamente per negligenza o apatia. Molte di loro sono in totale buona fede. Non riescono a vedere la scarsa qualità del proprio lavoro, perché valutare la qualità di qualcosa richiede esattamente la stessa competenza che serve per farlo bene. Se quella competenza manca, manca anche lo strumento per accorgersene. È un perfetto punto cieco cognitivo. Non è arroganza, la loro.
Ed è per questo che fa ancora più rabbia: non stai discutendo con qualcuno che sa e non gli importa. Stai discutendo, spesso senza parole, con qualcuno che semplicemente non vede quello che vedi tu.
Quando la fiducia degli altri non basta a convincerti
E poi c’è il dettaglio che fa più male di tutti, quello che ho vissuto proprio in questi giorni: sono proprio gli altri, quelli che ti affidano un compito dicendoti “lo voglio fare a te perché so che lavori bene“, a confermare da fuori quello che tu dentro continui a mettere in dubbio.
Hai la prova, concreta, ripetuta, detta ad alta voce da persone che non hanno motivo di mentirti. E nonostante questo, il dubbio non si sposta di un millimetro.
Perché il problema non è mai stato la mancanza di prove. È che il tuo metro interno non si calibra sulle prove esterne: si calibra su uno standard che tu stessa ti sei costruita, e che nessun complimento riesce a scalfire.
Questo è il punto in cui perfezionismo e sindrome dell’impostore si stringono la mano: da un lato applichi a te stessa uno standard altissimo e mai soddisfatto, dall’altro, quando gli altri ti riconoscono valore, non riesci a farlo diventare una prova valida. Resta un dato esterno, che non entra.
Il problema non è mai stato la mancanza di prove. È che il tuo metro interno non si calibra dall’esterno.
Non è insicurezza. È il contrario
C’è una frase che chi ti vuole bene ripete spesso, in buona fede, pensando di aiutarti: “Devi superare le tue insicurezze!“, “Quando imparerai a valorizzarti?“. Lo dicono con affetto. Eppure non riescono a comprendere.
L’insicurezza è quella cosa che ti fa evitare la sfida perché temi di non farcela. Tu la sfida la accetti. Sempre.
Il problema non è mai stato se accettarla o no: quello lo sai già fare, e lo fai spesso meglio di chi ti sta consigliando di “crederci di più”.
Il problema è dopo, quando il lavoro è finito e perfetto secondo tutti tranne che secondo te.
Non è mancanza di autostima. È esattamente il contrario: è una mente che sa, con certezza, di poter tirare la corda ancora un po’. Ed è proprio quella certezza, quella fame di andare oltre perché sai di poterlo fare, che non ti permette di abbassare lo standard.
Chi ti dice di “volerti più bene” ti sta chiedendo di rinunciare a una capacità, scambiandola per una ferita. Non è la stessa cosa, e continuare a confondere le due cose non ti aiuta: ti fa solo sentire ancora più incompresa, questa volta anche da chi ti ama.
Il costo di stare in mezzo a questo divario
Vivere in questa posizione, incastrata tra i due estremi, ha un costo reale. Da un lato ti logori a controllare, ricontrollare, dubitare di un lavoro che oggettivamente regge. Dall’altro ti scontri con la frustrazione di lavorare accanto a chi non vede, non si interroga, non ha lo stesso bisogno di verifica, eppure viene trattato (o si tratta da solo) come se andasse tutto bene.
Non è invidia quello che provi. È lo scarto tra due modi radicalmente diversi di rapportarsi alla qualità del proprio lavoro, che convivono nello stesso ufficio, nello stesso team, a volte nello stesso progetto.
Alcuni consigli pratici, non frasi motivazionali
Il primo passo non è “abbassare gli standard”. È separare lo standard dal giudizio su te stessa. Puoi continuare a volere un lavoro fatto benissimo, e allo stesso tempo smettere di usare quel lavoro come prova del tuo valore come persona. Sono due cose diverse, anche se il tuo cervello le ha sempre tenute insieme.
Il secondo è darti un criterio esterno di “abbastanza”, stabilito prima di iniziare, non dopo. Prima di partire con un progetto, scrivi (letteralmente, per iscritto) cosa renderebbe quel lavoro sufficientemente buono. Quando arrivi lì, fermati, anche se dentro senti che potresti continuare. Il fatto che tu possa migliorarlo non significa che tu debba farlo.
Il terzo è smettere di usare il peggior lavoro altrui come metro di paragone per te stessa. Non ti serve a niente, se non ad alimentare la rabbia. Il tuo standard resta valido a prescindere da quanto basso sia quello di chi ti circonda: non ha bisogno di quel confronto per giustificarsi.
E se hai la sensazione di dover continuamente giustificare, quasi scusarti, per quanto bene lavori, forse è il momento di rileggere quello che ti dici da sola, e riscrivere quella narrativa: non stai chiedendo troppo. Stai semplicemente usando la mente che hai.
Quello che ti lascio
Non stai chiedendo troppo a te stessa “per capriccio”. Stai applicando uno standard reale, quello che ti permette di vedere quello che altri non vedono, sia nel tuo lavoro che in quello altrui.
Il problema non è avere quello standard. È usarlo come unico metro per decidere se vali, invece che come uno strumento professionale prezioso, che va riconosciuto come tale, anche da te stessa.
E tu?
Ti è mai capitato di dubitare di un lavoro fatto benissimo, mentre intorno a te qualcuno era orgoglioso di uno fatto male? Come lo hai gestito? Raccontamelo nei commenti.
Questo spazio esiste anche per questo.


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